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Blog personale di Elena Giulia Belotti. Il mio percorso poetico.

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Le vere historie del Selvadego Homo - recensione formale e stilistica a cura di Nino Lo Conti

 ðŸ“š Le vere historie inventate del Selvadego Homo ðŸ“—

recensione formale e stilistica a cura di Nino Lo Conti

 

Noi, per antica e brutta abitudine scolastica, siamo stati sempre abituati a prestare maggiore attenzione e credito al SIGNIFICATO della Parola.
In tal modo abbiamo perso una componente fondamentale non solo del singolo termine, ma anche dell’intero testo, ovvero:
il suono della parola;
la sua forma esteriore;
la valenza retorica;
tutte le specificità individuali.

Caratteri questi che contrassegnano non soltanto il mero termine, in sé e per sé, ma che si riverberano, in un continuum relazionale, sulle altre parole, sia vicine della stessa frase, sia lontane nello stesso periodo.

 

La PAROLA non è soltanto SIGNIFICATO! È musica, armonia, ritmo, rumore di fondo, sottofondo musicale, intelaiatura, gabbia, maschera, contenitore.
Essa sorregge, contiene, accompagna, enfatizza, o reprime e mortifica il singolo termine, ma anche un intero brano.

Non sono originale nel paragonare un libro ad un mezzo di trasporto. Leggere è come viaggiare su un’astronave che velocemente va avanti o indietro nel tempo: se leggi la Bibbia retrocedi e vedi Adamo ed Eva mangiare il frutto della conoscenza, Caino uccidere Abele, Abramo intraprendere il viaggio verso la Terra  Promessa ecc..; con i grandi testi classici incontri Achille Paride Elena Cassandra, Ulisse Penelope, Enea; Medea Edipo, Beatrice Virgilio, Orlando e persino gente semisconosciuta (Luigia Pallavicini caduta da cavallo o Teresa Fattorini, alias Silvia di Leopardi, o, ancora, il “Giovin Signore” di Parini). Allo stesso modo potremmo andare avanti nel tempo e, insieme ad Asimov, Stephen Hawking, Carlo Rovelli e Rubbia, giungere fino ai bordi di un
Buco nero e, sorpassato l’Orizzonte degli Eventi, attraversarlo indenni per giungere all’ultima delle Galassie ai confini dell’universo conosciuto.
Nel caso specifico del volume in esame piace pensare ad un “treno” viaggiatori.
In esso sicuramente la componente più importante è costituita dai “passeggeri”, (donne, bambini, uomini; anziani, adolescenti, neonati...) ognuno con il proprio back ground personale, fatto di vicende individuali, esperienze, religione, cultura, vitalità, gioia e dolori.
Dunque non sbagliamo quando tendiamo a conferire a questo “carico” collettivo un’importanza fondamentale, infatti si tratta del variegato mondo del nostro vissuto: Ogni Persona è una Cattedrale di pensiero.
Sbagliamo però quando fissiamo tutta la nostra attenzione e il nostro giudizio sui Passeggeri, sottovalutando o ignorando del tutto il mero mezzo di trasporto, la macchina, l’intelaiatura interna ed esterna, le rifiniture, il design, gli accessori e tutto ciò che rende bello il “viaggio” in sé.

Continuando la metafora del “Libro – Treno”

Mi piace paragonare i Passeggeri agli argomenti trattati nel volume, ovvero ai contenuti, alla parte concettuale, al “significato”; invece la Motrice, i vagoni, l’intelaiatura interna-esterna, le Rifiniture e
tutti gli Accessori, che rendono “comodo” il viaggio, le paragono al “significante”, ovvero alla struttura stilistica, formale, sintattica che “sostiene e accompagna” i Passeggeri-Argomenti.

Questo TRENO lo si deve considerare non solo per ciò che trasporta, ma deve anche essere soppesato per il carattere specifico di carica retorica, caratterizzazione stilistica, trama lessicale, tessuto fonetico.

Dunque non solo TRENO PASSEGGERI, ma “treno di suoni”, fiume di musica, succedersi di ritmi variabili e diversi, intervalli di silenzi, pause. Addirittura anche il BIANCO della pagina, l’andare a capo, il capoverso rivestono valenza ed importanza cui prestare attenzione, perché anch’essi “parlano, dicono, narrano”.

Già il titolo... “Le vere historie inventate del Selvadego Homo”

si presenta come “paradigma” dell’intero testo scritto dall’Autrice, nel senso che ne costituisce la summa, la sintesi estrema, sia per stile quanto per contenuti.
Lapalissiano che siamo dinanzi ad un testo anomalo e non comune, esso infatti si snoda con movenze poietiche, ovvero frutto di creatività enfatica che raggiunge livelli lirici e musicali.
Questa affermazione non rappresenta una novità se si pensa alle radici profonde di Elena Giulia Belotti che affondano nella Musica e nella Poesia.

Dunque analizziamo

• Il titolo immette subito in medias res, tagliando corto con un sottinteso “(Qui si narrano ....) Le vere historie inventate del Selvadego Homo”;
• Il ritmo della frase è latineggiante e dunque pieno zeppo di picchi enfatici; bisogna tenere presente che la cadenza della frase italiana nel suo svolgersi si presenta piuttosto piatta e priva di altezza tonica, infatti se fosse italiano il livello apparirebbe mono-tono: Le vere historie inventate dell’homo selvadego. Dunque il solo premettere l’aggettivo al sostantivo regala sospensione sintattica e attesa;
• Emerge immediatamente una figura retorica semantica (legata al significato delle parole) nel bellissimo ossimoro (Vere inventate), cioè una contraddizione che crea straniamento e sorpresa (Vere
inventate?);
• Per quanto attiene al tessuto fonetico, osserviamo, le 18 vocali presenti, specificando che esse sono gli elementi che danno al testo quello che possiamo definire il “colore” del suono, ovvero suono chiaro, scuro, cupo.
Notiamo subito che ci sono due sole a, dal suono totalmente “chiaro”, mentre ben nove sono le e, suono semiaperto e dunque chiaro; tre le i con suono mediano e semistrozzato; seguono le quattro o dal suono quasi chiuso, tre delle quali caratterizzano, fondamentalmente, l’ultima sillaba di
selvadego e le due di Homo.
Notevole appare a questo punto sottolineare la totale assenza della cupa e
tenebrosau.

Quale spiegazione si può dedurre da questa analisi di vocali chiare semi-chiare, mediane, semi-strozzate?

Il loro succedersi così come sono, ma anche la densità della loro presenza rivestono una funzione importantissima: spiegare che l’esposizione formale è perfettamente adeguata ai fatti narrati, ovvero vicende positive, chiare, a buon fine, svolte dal protagonista, che, all’occasione, sa essere anche vendicativo e punitivo, il selvadego homo.
• Passiamo ora alle consonanti, infatti anche queste contribuiscono in maniera determinante all’impronta fonetica del testo, grazie alle varie “strozzature” subite lungo il percorso che l’aria subisce partendo dai polmoni e passando attraverso il condotto volgarmente inteso come gola (faringe, laringe, cordevocali) – bocca (lingua, denti, palato, ugola, tonsille):
➢ Le h di historie e Homo sono mute e dunque non presentano un proprio suono; costituiscono comunque l’elemento aulico che rimanda direttamente alla lingua latina, coniugandosi, fra l’altro,  perfettamente con la cadenza ritmica di quella lingua; memoria storica rintracciabile
anche in “selva..”
➢ La liquidar (Le vere historie inventate del selvadego Homo) rimandano alla forza e all’energia;
➢ Le sibilanti s (Le vere historie inventate del selvadego Homo) significano pericolo, rischio, tentazione (si pensi a Dante quando scrive, nel canto 1 dell’Inferno, “esta selva selvaggia ed aspra e forte...”;
➢ La consonante v (Le vere historie inventate del selvadego Homo) pronunciata con una emissione esplosiva di fiato, strozzato a livello labio-dentale, rimanda ad un intoppo, ad una sorpresa.
➢ Notevole ed enfatiche, infine, le dentali t-d che producono un suono “duro”, presenti ben 5 volte (Le vere historie inventate del Selvadego Homo).

 

Nino Lo Conti

 

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